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Aniti e la follia dell’Innovazione sociale

Ho amato fino alla follia, ma ciò che gli altri chiamano follia per me è l'unico modo di amare. (Françoise Sagan)

Scegliere di occuparsi di innovazione sociale è una sfida complessa, figlia di ambizioni legittime che rispondono a insoddisfazioni, spesso frustranti, di tutte le generazioni che compongono la nostra Società. Le varie correnti di pensiero, individualiste, umaniste, anarchiche, socialiste libertarie, mutualistiche, liberaliste e così via hanno affrontato e proposto sfide ambiziose di innovazione sociale, spesso in forte conflitto ideologico tra di loro. In un suo lavoro, A Passo di Gambero, Umberto Eco esplicita quello che ritiene essere il momento storico attuale "...sembra che la Storia, affannata per i balzi fatti nei due millenni precedenti, si riavvoltoli su se stessa, marciando velocemente a passo di gambero". Agire controcorrente nel fiume-storia a molti fatalisti di natura può sembrare folle.

 

 

L'agire di pochi sembrerà folle e a volte utopistico, ma cosa dovrebbe proporsi un gruppo di giovani che vuole favorire l'innovazione sociale se non arrestare (almeno un poco) questo moto retrogrado?

Il paradigma che i giovani argonauti di Aniti hanno scelto è "l'innovazione sociale come un insieme di nuove idee (prodotti, modelli e servizi) che riescono simultaneamente a soddisfare i bisogni sociali più efficacemente rispetto alle alternative possibili e, al contempo, a creare nuove relazioni sociali o collaborazioni solide. E' pertanto una forma di innovazione che riesce a rispondere immediatamente a problemi sociali e che, contemporaneamente, aumenta la capacità di agire collettivo della società stessa".

E' chiaro, in questo paradigma, il rifiuto di posizioni che nascono e rimangono elitarie. La necessità di un maggiore agire collettivo per trovare soluzioni condivise, efficaci e rapide è uno dei giudizi di valore che aggrega gli amici di Aniti. Il mettersi in gioco del singolo, il rischiare del proprio (in termini economici, ideologici e di considerazione sociale) per favorire l'instaurazione di quello che viene ipotizzato come un mondo migliore vuole diventare esempio pratico di determinismo e incentivo a forme anti-fataliste di aggregazione. Conoscenza, proposizione e partecipazione sono le fondamenta che Aniti vorrebbe dare al miglioramento nell'agire collettivo. C'è del buon senso in tanta apparente follia....

Scegliere di occuparsi di innovazione sociale è sicuramente molto ambizioso. Ciò presuppone di avere le idee molto chiare su una serie di valori che si presume abbiano la capacità di incidere sullo status quo della nostra società e che a questi valori debbano corrispondere dei beni che, universalmente, sono definiti come "meritori". Possibili devianze a ciò sono in agguato dietro ogni singolo aspetto della questione visto che supporre di conoscere meglio di altri ciò che è bene per tutti implica una notevole quantità di specifici giudizi di valore e rischia di essere estremamente dannoso se si fa confusione fra la "meritorietà" di ciò che viene offerto e i diritti inviolabili di ognuno. Di nuovo, l'agire collettivo "universale" che diventa determinazione partecipata deve essere la più forte delle tutele per il rispetto degli "individui" e non, come la Storia a volte ci ha mostrato, un mezzo per abusarne.

Folli, anacronistici, presuntuosi, ambiziosi...eppur straordinariamente vivi.

*Dipartimento di Economia e Statistica, Università della Calabria

 

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